I servizi del museo

Il blog di Quoquo

Sapiens dictus a sapore (Isidoro di Siviglia) // perché "il sapere non è altro che il dolce assaggio del sapore" (R:Barthes) //
Un alberello e una grandissima uva nera
“Ci troviamo nella terra del Negro amaro, dei vini rossi possenti, solari, e del delicato, superbo rosato salentino. (...).
Non cedete alle tentazioni. Prendete tempo. Perché il Salento possiede la vigna più bella e va avvicinato poco alla volta, se volete godervi l’esperienza di conoscere la verità intorno alle uve che vengono coltivate e ai vini che non sono mai tutti uguali, nonostante l’ampiezza del suo territorio sia contenuta in una lingua di terra. (...).
Qui le viti basse, poco più di piccoli gnomi, riescono a dare grappoli di vero velluto, spargoli, avvizziti, (...) di un rosso scuro, viola” (Severino Garofano, pioniere nella valorizzazione del negroamaro, autore di grandi rossi salentini).
E sono, in cantina, vini da Negroamaro in purezza o anche matrimoni tra il maschio Negroamaro e la dolce femminile Malvasia nera; o anche ‘Primitivo’ del Salento o ancora incontri tra Primitivo
e Negroamaro; ma poi anche uve di Aleatico… Malvasie bianche… Questo viaggio è dunque esplorazione di una tipicità,frutto del rispetto e dell’amore di una terra per i suoi vitigni autoctoni. Con qualche intrusione tra Chardonnay e Sauvignon, così bene ambientati e così naturalizzati salentini.

 

Tipicità tutta da gustare scegliendo e valutando nella ‘querelle’ tra il nuovo e l’antico
L’alberello pugliese, patrimonio storico e ‘monumento’ del nostro paesaggio agrario, regala una resa media di ottanta quintali di uve a ettaro: da quest'uva con queste rese non può che nascere un vino di grande qualità, dicono gli intenditori; questo tipo di impianto, difficile nella conduzione, alcuni viticoltori sostituiscono oggi con la spalliera a cordone speronato: permette la meccanizzazione della raccolta e una razionalizzazione delle tecniche colturali. Garantendo la tipicità. Del resto, il vero problema è conservare e tutelare la pianta madre: questo dicono tutti.

 

Appunti di viaggio

Dobbiamo lasciare l’idea di Barocco, di cui ci si nutre e ci si sazia nel Salento, per entrare nella dimensione di questa galleria dei vini salentini. E dobbiamo, anche solo per un attimo, riprendere contatto con il mare. Così ci ricorderemo di questa terra che i Greci chiamarono Messapia: con ciò identificandola come terra posta tra le acque. In questa terra tra due mari, nella zona istmica dove la distanza tra Ionio e Adriatico raggiunge appena i 40 o 50 chilometri, su terre rosse calcaree argillose, ma anche su terreni sabbiosi e limosi vicinissimi al mare, prosperò da tempi antichissimi uno strano “alberello”: una pianta di vite coltivata così, non strisciante come si dice fosse quella degli antichi Egizi e Greci, né a tendoni secondo il sistema etrusco; ma così, con questo sistema pugliese ad alberello: cosa che i Greci anche riconobbero come specificità di questa terra. Che chiamarono Enotria: probabilmente dal greco oinos che significa vino e stauros che significa palo. È questa infatti una delle interpretazioni che si dà del nome Enotria.
In quei tempi lontanissimi, come ancora ai nostri giorni, le piante di vite, portate ad alberello, hanno talvolta per reggersi l’aiuto di un palo. Della vite ad alberello parla già Senofonte nel IV secolo a.C. ed è da considerarsi, per quei tempi, una “modernizzazione”.