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Il blog di Quoquo

Sapiens dictus a sapore (Isidoro di Siviglia) // perché "il sapere non è altro che il dolce assaggio del sapore" (R:Barthes) //
OTIUM: quel filo d’oro e la voce del vento. Viaggio sentimentale nel secolo dei Lumi, nel Salento
Culture-Antologie

Si parlava di felicità tra Alezio e Sannicola, nei pressi della Lizza, negli anni che videro il secolo dei Lumi trasmutare nel secolo degli eroi romantici.

Bartolomeo RavennaFilippo BrigantiPalmieriGiovanni Presta



Ne parlavano – incontri tra amici, in campagna - Giovanni Presta, il marchese Palmieri, Bartolomeo Ravenna, Filippo Briganti: erano tutti gallipolini, tranne il marchese, che veniva da Martignano. E tutti erano appassionati di ulivo, di olive ed erano proprietari di uliveti da queste parti; nonché, tutti, fini intellettuali.

Trascorrevano le loro villeggiature ognuno nel proprio podere: nei casini che già erano come ville, veri luoghi di ‘otium’, circondati da ameni giardini: rimanendo pur sempre – perciò non si chiamavano ville – luoghi dove si svolgeva parte del lavoro agricolo. Nei palmenti si faceva la lacrima e quel vino nutriva del suo umore il piacevole dire di ‘felicità’ di quei fini intellettuali. Nei frantoi si estraeva l’olio d’oliva che a sua volta alimentava le loro idee sull’utilità sociale dell’agricoltura. L’otium era fatto di queste cose, soprattutto: e il tempo trascorso in campagna, tenendo lontano gli uomini dai ‘negozia’, più li avvicinava all’etica e consentiva loro anche di praticarla. E molto si discuteva di olive, delle loro varietà e delle tecniche colturali degli uliveti.

I luoghi
Da una parte, nel casino Rocci, villeggiava il marchese Palmieri, ministro delle Finanze del Regno, e il casino era di sua proprietà e qui erano i suoi uliveti. Il Presta, medico e agronomo, era alle Camerelle; il notaio Bartolomeo Ravenna, che pure commerciava in olio, aveva ereditato dalla moglie il casino Rodogallo e i Ravenna hanno anche una villa, oggi detta villa Ravenna. La moda del villeggiare in campagna l’avevano introdotta qui alla Lizza i vescovi di Gallipoli. La famiglia di Filippo Briganti, stimato avvocato, era a villa Briganti oggi Bardoscia.

Madonna della Lizza

Quanto a la Lizza, luogo intorno a cui, tra Alezio e Sannicola, sorsero verso la fine del ‘700 tutte queste residenze rurali, è lo stesso notaio Bartolomeo a dirci che “si chiama La Lizza perché sorge dove un tempo era l’antichissima città messapica di Aletio. Per un certo periodo, quando Gallipoli fu distrutta dagli Angioini, questa chiesa funse da cattedrale per i gallipolini sfuggiti alla strage e messisi in salvo nelle campagne.ed essi custodirono qui, così si narra, la loro mammella di Sant’Agata. Anche il nostro intendente il signor duca di Monteiasi ama questo luogo”.


Nel silenzio ristoratore della campagna godendo del loro intelligente ozio Rivolto agli amici, il marchese Palmieri (come sempre critico verso l’inazione della classe dirigente dei Nobili): “La classe Nobile, che dovrebbe distinguersi per l'utile maggiore che reca alla Società, si distingue per la sua inazione. Presso di noi i Nobili non ritrovano impiego, se non nella Milizia, nel Foro e nella Chiesa. Ma la Milizia non può darlo a molti. Il Foro non dee darlo a tanti; e la Chiesa non dovrebbe darlo, se non a coloro, i quali sono chiamati da Dio…”.

Nella consapevolezza che l'utile dell'agricoltura sia alla base della pubblica felicità, i quattro amici sono convinti che questo dovrebbe essere ampliato e non concentrato nelle mani di pochi, ma allo stesso tempo non deve essere disperso là dove i molti si rivelano incapaci di gestirlo.
“I nobili che dimorano nella provincia non dovrebbero avere altra occupazione. Si rende essa necessaria in tal soggiorno per conservare i buoni costumi, ed utile per accrescer gli averi. Ella somministra i piaceri più puri e tranquilli, e chiude l'adito alla noja, che avvelena la vita, e che si cerca invano di togliere con tant'insipidi divertimenti”.

Filippo Briganti
Filippo Briganti
, col suo favellare grave e tardo, balbutendo talvolta (e ciò dava grazia al suo discorso), parla agli amici del suo incontro, in casa sua a Gallipoli, con Henry Swinburne, che poi lo ha ringraziato, lui e anche Giovanni Presta, citandoli entrambi nel “Travels in the Two Sicilie”. “Swinburne, a cui ho dato notizie e informazioni per muoversi nel Salento, è stato uno dei pochi viaggiatori europei a spingersi fin quaggiù… Il suo libro è stato pubblicato a Londra qualche decennio fa, nel 1783”.

Giovanni Presta
Sentenzioso nel parlare, come di sua abitudine, Giovanni Presta indica intanto agli amici tutte le varietà di olive che è riuscito a catalogare da queste parti e fa loro degustare dei campioni di olio, di quelli che ha già inviato al Re Ferdinando di Napoli e all’Imperatrice Caterina di Russia, ricevendone in cambio qualche dono ed elogi.

Questi uomini ‘illuminati’ vissero così in questi luoghi e le loro voci ci è parso davvero di sentire, come un’eco, tra questi ulivi, in questi giardini, tra queste pagine…

“Ci arrischiammo a trovare felicità negli uliveti”

(E qui citiamo Vittore Fiore, fine poeta di un altro tempo, che pure abbiamo imparato ad amare e che seppe anch’egli coniugare l’otium
all’etica)

Altre voci
“Oh sì! Il marchese Palmieri trascorreva lunghi periodi in questi luoghi, nella sua villa de’ Rocci. E il maggiore piacere che vi incontrava era quello di girare nel suo gran giardino e si dilettava dei suoi frutti abbondanti e di veder raccogliere le olive. Si narra che talvolta, imitando gli antichi filosofi, le olive le raccoglieva con le sue stesse mani”.
È il ‘mito del nobile campagnolo’ e forse è nato proprio qui, tra questi ulivi secolari dove anche noi, quando ci riusciamo, dialoghiamo ancora con le nostre piante percependo le voci di alcune parentele intellettuali.

Nel giardino vi sono pere, susine, nespole, cotogne, gelsomoro e profumi di citronella.

Nel giardino vi sono limette, melograni, uva, fragola e una marangia riccia con innesto di “meraviglia”: ottima per i canditi, con retrogusto amarognolo!

Su tavolo della colazione
un libro e una piccola bottiglia
di un extravergine. Condisco
la mia colazione del nonno: è
un’insalata di arance. Riapro le
pagine del mio Voltaire. Otium.
Felicità. Utopie. Un brivido corre
per la schiena.

Sentite, la voce dell’uliveto, è il vento…

ulivi


©Titti Pece

Titti
di Titti Pece: liberamente tratto dal mio
libro “Quoquo. Come le Api al miele” ed. Moscara Associati 2007

Come le api al miele


testo dedicato a Lorenzo Madaro, per il suo OTIUM /2012